La città smarrita

21 Marzo 2020

Cosa sarà?” ai tempi del covid-19, se lo chiedono un po’ tutti. Non da meno, le realtà culturali per le quali i territori rappresentano da sempre il tavolo, gli spazi pubblici il pane, le comunità la linfa vitale delle azioni intraprese con cui plasmare il volto delle città.
Cos’è, vale altrettanto la pena domandarsi, cos’è adesso la città. Cosa sono quei luoghi che fino a ieri rappresentavano le tavole bianche nelle quali disegnavamo visioni future a molteplici mani, e che oggi invece ci appaiono nudi, sottratti della loro componente spaziale principale, quella pubblica, svuotati della loro anima: le persone.
Casa. Recinto. Strada. Aiuola. Panchina. Supermercato.
Il ritmo che mediamente oggi tutti riscopriamo nelle nostre città è segnato dal passaggio netto da un perimetro all’altro. Senza filtri né occasioni per perdersi, la strada per il supermercato è segnata: lineare, bordata da un marciapiede, illuminata da un palo, provvista di un parcheggio, affiancata da un’aiuola.
Oggi più che mai siamo in grado di misurare le distanze tra un perimetro e l’altro, di contare il tempo di attraversamento delle ampie strade carrabili e il numero di passi con cui i nostri piedi ricoprono quelle pedonali. Riconosciamo perfettamente quante levate di gamba dista la prima panchina dal recinto del nostro palazzo, quante curve occorrono per raggiungere la prossima area verde, quanto è lontano il rumore dell’acqua e il punto preciso in cui, in quella prospettiva, riusciamo ancora ad emozionarci. Come mai prima d’ora, forse, abbiamo la possibilità di misurare realmente le nostre città. Misurare, sintetizzando, le distanze che intercorrono tra le nostre case e il resto.
Quando è accaduto questo? Quando è successo cioè che le nostre abitazioni sono state così nettamente divise dal resto che “non è nostro”? Esageriamo. Perché è accaduto? Perché abbiamo cominciato a credere che dormire in un letto sia così diverso dal distendersi su di un prato, o che personalizzare il muro della propria camera, non sia un’azione consentita lungo il muro di una città?
“Sentirsi a casa” è diventata ormai una consuetudine da esclamare quando ci si ritrova sotto un tetto, eppure un pezzo di cielo non è altro che copertura per una serie di abitazioni, estremamente vicine, in una città.
La sensazione è che la città si sia smarrita, abbia perso la propria rotta e dimenticato il principale obiettivo di essere casa per una comunità, proprio quando quest’ultima ha perso la capacità di potersi esprimere al suo interno, divenendone ospite. Se l’agorà, luogo di dibattito e decisione, era il centro della polis che proprio attorno ad essa si costituiva, le odierne “pompose Babilonie” [Cattaneo, 1931] si sono sviluppate attorno ai centri commerciali, volendo in questa sede semplificare enormemente.
Dalla piazza alla fabbrica come centro relazionale [Salzano, 2010]; dai luoghi di cerniera ai luoghi di frontiera; dai quartieri alla zonizzazione urbana, sociale, culturale. In questi strappi, lo spazio pubblico è diventato un erogatore di funzioni e divieti, e da produttore di idee il cittadino si è trasformato in consumatore di servizi.
La qualità degli oggetti architettonici che denotano uno spazio pubblico si è sovente confusa come diretta generatrice del luogo pubblico, dimenticando come uno spazio diventi luogo [Zamagni, 2017] soltanto quando riconosciuto come tale da una comunità: “diventano perciò luoghi quegli spazi in cui la dimensione comunitaria è protagonista di un’innovazione che dà vita a nuove forme di produzione del valore”. Una strada, una chiesa, una piazza, un ex convento, continuano ad essere contenitori arbitrariamente posti tra un’abitazione ed un’altra fin quando una comunità non vi riconosce un significato di pubblica utilità, un nome in cui riconoscersi insieme, una dimensione in cui poter tornare ad esprimersi.
La sensazione è che la città si sia smarrita quando è venuto a mancare il diritto alla città [Lefebvre, 1967], ovvero quando l’urbanistica ha ucciso l’urbanità: “quell’attività di produzione di città che la gente fa normalmente vivendoci” [La Cecla, 2014]; quando la scienza del costruire città è diventata tale, perdendo la capacità di saper osservare, ascoltare e interpretare la quotidianità. Quando l’organismo urbano si è ridotto a scheletro seccando nelle vene i fluidi creativi della socialità e della relazionalità. Relazione tra gli spazi, tra le case e le strade, tra i parchi e i terrazzi, tra le persone e i luoghi, tra questi e le memorie. Quando non si è posto un freno alla continua perimetrazione sterile tra pubblico e privato, tra comune e comunale, tra la casa e il resto della città.
Cos’è oggi la città paradossalmente pare importare, al netto dei grandi trattati internazionali, soltanto a quelle comunità culturali auto-organizzate, riconosciute o meno, che provano nuovamente ad esercitare il proprio diritto a viverle e strutturarle in base al proprio quotidiano modo di attraversarle. Sono quelle comunità che si corre ancora il rischio di chiamare piccole, miopi, effimere, scherzi della natura [Manzini, 2011], mentre di fatto si dimostrano profondamente lucide nel prendere coscienza di cosa sia il resto della città, e di quanto questo sia il tutto attraverso il quale esprimersi nella società. Lo spazio pubblico non è solo entità fisica data, ma anche e soprattutto valore relazionale, sociale, culturale e quindi politico che plasma la forma, in quanto rappresenta contemporaneamente il modo in cui le persone si relazionano tra loro e quanto questo è loro permesso.
Quando ciò manca, si recintano le aiuole e si blindano le case, finendo per dedicare tutta la sfera personale alle nostre abitazioni e tutta la nostra superficialità all’attraversamento del resto della città, la risultante terra di nessuno.

In questi giorni complessi la terra di nessuno ha un peso specifico maggiore, soprattutto per noi che restiamo a digiuno con il nostro tavolo imbandito a metà, con il pane crudo degli spazi pubblici vuoti e in assenza della linfa vitale della comunità ad abitarli. In questi giorni difficili, in cui siamo costretti a reinventarci strumenti virtuali ed approcci alternativi per continuare a tessere il filo delle relazioni e dei progetti costruiti con e per le comunità nel centro storico di Salerno, riflettiamo soprattutto su cosa sono effettivamente quegli spazi pubblici che, dirigendo processi collaborativi, vorremmo rigenerare. Dove e come potrebbero tornare ad essere, o diventare, occasioni di espressione della comunità che li abita?
“Cosa sarà?” dunque, ma anche cosa sarebbe stato se l’epidemia fosse scoppiata all’interno delle nostre case? Quanto sarebbe stato pronto il resto della città a farci sentire a casa?

Cattaneo C. (1931), “La città considerata come principio ideale delle istorie italiane”, Vallecchi.
La Cecla F. (2014), “Contro L’urbanistica. La cultura delle città”, Einaudi, Torino.
Lefebvre H. (1967), “Il diritto alla città”, traduzione di Gianfranco Morosato, Verona: Ombre Corte, 2014.
Manzini E. (2011), “The new way of the future: Small, local, open and connected”, In: Social Space, pp. 100-105.
Salzano E. (2010), “Crisi dello spazio urbano o fine (morte) delle città?” [Online] Available: http://www.altritasti.it/index.php/archivio/ambiente-e-territori/753-crisi-dello-spazio-urbano-o-fine-morte-delle-citt
Zamagni S. (2017), “I luoghi dell’economia civile per lo sviluppo sostenibile”, In: Venturi P., Rago S., Da spazi a luoghi, proposte per una nuova ecologia dello sviluppo, AICCON, pp. 11-20.

Author
Ludovica La Rocca
architect & cultural strategist
PhD student in evaluation and urban planning
Co-founder: Blam

1 Comments

  1. Cosa sarà?” dunque, ma anche cosa sarebbe stato se l’epidemia fosse scoppiata all’interno delle nostre case? Quanto sarebbe stato pronto il resto della città a farci sentire a casa?
    Il resto della città non è preparato poco solidale e non pronto purtroppo tocca a voi giovani invertire la rotta

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